Morire tra i banchi: un problema italiano

A Palermo, qualche giorno fa, un ragazzo è morto dopo essere caduto dal settimo piano dell’edificio di lettere, dentro la cittadella universitaria. Lo studente frequentava il corso di mediazione linguistica, ma è un mistero cosa sia successo e perché. Nessun biglietto d’addio, nessun messaggio. Inizialmente si è pensato a un incidente, ma via via l’ipotesi del suicidio ha preso piede andando a rivangare ricordi passati che ci riportano a 5 anni fa.

Il 13 settembre 2010, Norman Zarcone, dottorando di lettere, si suicidava gettandosi nel vuoto dal settimo piano della facoltà di lettere. Con questo suo gesto estremo è diventato il simbolo di una generazione di giovani, studenti e precari, che non vedono il futuro e soffrono il presente. Depressi, stanchi; poco motivati da un sistema d’istruzione che forse non riesce a stimolare nel giusto modo. Oppure semplicemente troppo fragili, ma coraggiosi abbastanza da tentare la scelta ultima.

Il padre di Norman Zarcone vede nel suicidio del figlio un vero e proprio omicidio di Stato; un’accusa verso il governo italiano, incapace di far sentire importanti i propri giovani e renderli parte integrante. Questi più che precari del lavoro, si sentono pezzi inutili di un sistema che non mostra interesse. Ed è da qui che parte la fuga dei cervelli, dei ricercatori, delle menti illustri. E non si dica che riguarda solo la Sicilia; riguarda l’Italia tutta.

Padova, Roma, Modena. Queste alcune delle città in cui si sono consumate le vite di altri studenti. Esami non superati, drammi personali, mal di vivere. Tante possibilità, nessuna certezza; l’unica ci è data da una statistica preoccupante che vede i giovani italiani in crisi. Ma non è solo l’università a testimoniarlo.

Anche la scuola secondaria nasconde un malessere tale da portare a gesti estremi: lo stesso giorno del suicidio di Palermo, il 20 novembre 2015,  in una scuola superiore di Vittoria, in provincia di Ragusa, un ragazzo di 19 anni si è tolto la vita lanciandosi dal secondo piano dell’istituto. Anche in questo caso, non si conosce il motivo. I genitori si chiederanno per sempre il perché.

Credo che spetti agli insegnanti fornire la giusta via; ce ne sono molti in gamba e capaci di stimolare il talento e la volontà delle giovani menti. Io ne ho conosciuti moltissimi, sia a scuola che all’università. E ho visto molti professori e professoresse aiutare persone fragili, riuscendo a farle uscire da difficili situazioni.

Confido nei docenti. Loro sono l’ultima speranza di un mondo accademico e scolastico che lo Stato vuole indebolire inserendo al suo interno burocrati vestiti da amministratori. I professori sono l’occhio che forma e devono sapere individuare tra la massa chi ha più bisogno. Devono riuscirci per evitare che altri ripetano quello che si è già ripetuto.

 

 

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