Ode a Mad Men

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A pochi mesi dal termine dell’ultima stagione, Mad Men rimane una serie tv che difficilmente si dimentica. Lo show americano, che narra le vicende degli uomini dell’agenzia pubblicitaria Sterling Cooper, è stato lodato da pubblico e critica ed è una perla indiscussa del panorama televisivo internazionale degli ultimi 10 anni. E forse è limitativo, tuttavia, annoverarla tra i meri prodotti dello star system del tubo catodico. Acclamata per l’accuratezza dei dettagli e per la scrittura tagliente e talentuosa capace di riportare all’attualità gli usi e i costumi dell’America degli anni Sessanta, uno dei motivi della sua grandezza è il suo protagonista: Don Draper.

Don Draper: nelle profondità dell’animo umano

La cosa più importante e decisiva di una serie televisiva –  a mio modo di vedere – sono i protagonisti. La trama è un messaggio vuoto se non c’è qualcuno a veicolarlo in maniera adatta. Tutti i personaggi che ruotano attorno all’agenzia pubblicitaria si snodano perfettamente con la realtà degli anni Sessanta, incauti di star vivendo uno dei decenni più importanti della storia umana. Tutti, tranne Don Draper.

Don Draper è il direttore creativo dell’agenzia. Affascinante, talentuoso, carismatico; guarda impassibile il tempo scorrere, commentando il tutto come se il tutto fosse stato scritto da lui. Nel corso della serie attraverso i suoi occhi vediamo passare eventi cruciali dell storia americana e non solo. Ma l’intreccio del personaggio parte da un passato che non dimenticherà mai e da un futuro a cui non vuole guardare. Questo è il pilone principale attorno al quale ruotano momenti eccellenti di advertising pubblicitario e dialoghi puntuali e perfetti. Tutto avviene con un tempismo perfetto in Mad Men e Don Draper è l’ago della bilancia. Un personaggio da cui è difficile staccarsi, perché rispecchia i lati negativi e positivi dell’animo umano; la creatività e la reattività dell’uomo, contornate dalle relazioni sociali, la famiglia, il lavoro, l’amore. Ma soprattutto la solitudine. Quella che porta a scelte inevitabili, le quali percorrono vie esterne alle convenzioni sociali. L’uomo contemporaneo che assume consapevolezza e si accorge di non trovarsi mai nel posto giusto. Più volte sentendo le sue parole mi sono trovato a sorridere amaramente.

Melting pot culturale

Per analizzare Mad Men, utilizzare l’espressione melting pot è fondamentale e, in questo caso, calza a pennello con quello che effettivamente riproduce lo show. Melting pot è il complesso di elementi differenti ed eterogenei che contraddistingue una società; Melting pot è quindi New York, con la sua commistione di generi, culture, usi e tendenze che negli episodi viene rivista sotto la lente degli anni Sessanta e la rivoluzione culturale in atto in quell’epoca.

Non siamo sulla west coast, dove il fervore della ribellione aveva come protagonisti gli hippie e le leggende della musica e del cinema; siamo a New York, capitale degli affari, dei vizi e delle virtù della pubblicità. Siamo ai piani alti di un grattacielo di Madison Avenue, il nucleo vitale del mondo della pubblicità. Ed è qui che le contraddizioni, le vite e i comportamenti diventano il sostrato della pubblicità: racchiude sociologia, psicologia, storia, cultura generale, letteratura e simbolismi di un’epoca che è la stessa di ora – con alcune sfumature – perché Mad Men è tutt’altro che una serie non attuale.

Aldilà delle considerazioni puramente soggettive, se si guarda dentro il pentolone di questa magnifica serie televisiva ci si rispecchia e si riesce a ricavarne un apprendimento culturale che difficilmente potrà essere riproposto da un’altro prodotto televisivo seriale. La visione è altamente consigliata.

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