Gli uccelli, un film sull’inquietudine

Esistono film che riescono a comunicare qualcosa pur non dicendo molto, proponendo in maniera incisiva un significativo silenzio. Sono film che lasciano spazio all’interpretazione dello spettatore, strutture narrative all’apparenza sintetiche, ma talmente profonde da lasciarti col dubbio non appena finite. Succede anche con alcune opere letterarie, che nascondono sempre una chiave di lettura sulla quale riflettere.

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Ecco. Gli uccelli è così. E Hitchcock è un regista che regala molteplici chiavi di lettura. Per realizzarlo il maestro del brivido sceglie degli attori non troppo affermati: come Tippi Hedren, modella che il regista trasformerà in attrice vera e propria accompagnandola da vicino in questa esperienza e facendola protagonista anche del suo successivo film Marnie. 

Il film parte lento e sembra esserlo, ma poi il ritmo cambia cadenzando scene con picchi di tensione a momenti di attesa. Come l’agire degli uccelli, che prima è sporadico ed enigmatico, mentre poi si trasforma in furia intelligente e organizzata alla quale i protagonisti del film rispondono in maniera eterogenea rappresentando pregiudizi e luoghi comuni dell’uomo.

Diverse le tematiche e le interpretazioni. Dal tema dell’abbandono a quello della catastrofe umana – rappresentata perfettamente nell’inquadratura finale del film, come il quadro di un ipotetico Apocalisse – il film fa riflettere e tiene incollati sulla sedia. Lo spettatore ci mette un attimo a passare dal chiedersi perché sta succedendo a convincersi che le cose andranno sempre peggio.

Io vedo inquietudine. Vedo uscire fuori la paura sopita di un evento inaspettato e sorprendente a cui l’uomo non è preparato. L’idea che da un momento all’altro la nostra vita possa essere stravolta e che la condizione umana non è nient’altro che lo specchio di una precarietà ineffabile.

La sequenza che preferisco in assoluto è quella in cui Lydia scopre il cadavere dell’agricoltore: un grido muto esce fuori dai suoi occhi, la colonna sonora è perfetta e fa da contrappunto alle immagini in modo ansiogeno. Gli occhi e la bocca di chi guarda il film sono identici a quelli della donna che scappa sullo schermo.

Il silenzio si diffonde poi a chiazze durante la narrazione, esplodendo in maniera simbolica nella scena finale che conclude il film. La scelta del finale aperto è geniale e ideale nel voler trasmettere la migliore delle caratteristiche dei film e della narrazione in genere: attivare la mente dello spettatore/lettore.

L’ho già visto due volte. Credo ce ne sarà una terza.

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