Nicolas Jaar, i suoi fratelli e la deep house

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Quando la musica scivola inosservata, quando ti coinvolge naturalmente; quel momento in cui ti rendi conto che non c’è distacco tra i suoni che arrivano e il momento che stai vivendo. C’è fluidità. Lì, in quell’istante, senti la vera musica che entra nel profondo. Quella che molti chiamano deep house.

Nessuno abbia pregiudizi, perché qui si parla di una sensazione, e assolutamente non di un inno a un genere musicale.

Ho sperimentato, nel corso della mia vita, molti stili musicali; ho iniziato dalla musica italiana d’autore – soprattutto Celentano – e sono passato al rock italiano – d’autore, almeno inizialmente – dei Litfiba, che ho amato e ascoltato alla follia. Ho pure visto la loro reunion ad Acireale – esperienza fantastica.

Poi è stata la volta della musica inglese e sono arrivati i Cure, con l’oscurità di Robert Smith e il sound della new wave. Una deviazione dettata soprattutto dalle amicizie e dalla voglia di intraprendere qualcosa di nuovo. E li ascolto ancora – un po’ meno, in realtà.

Successivamente – per fortuna – mi sono ritrovato negli USA, sulla west coast, e lì è scoccata la scintilla: i Doors e Jim Morrison. Da quell’istante ho capito come le arti siano incredibilmente connesse l’una all’altra; ascoltando i testi e la musica dei Doors mi sono tuffato in un mare di cultura eterogenea composta da poesia, rimandi alla letteratura e sonorità uniche e inimitabili. Morrison mi ha aperto un mondo non solo sulla creatività nei testi – scritti con intelligenza e metodo – ma anche sul teatro e sul cinema; la sua opera mi ha fatto scoprire nuove letture e nuove visioni e dopo ho sentito di aver acquisito una nuova consapevolezza.

Però, si sa, siamo figli del nostro tempo; anche se torniamo spesso al passato, non possiamo non approcciarci a quello che viviamo nel presente. E il presente è la musica elettronica – Morrison l’aveva detto. Quando ho ascoltato per la prima volta Nicolas Jaar mi sono detto che quel ragazzo (statunitense di origini cilene, classe ’90) proponeva una musica d’atmosfera, elegante e coinvolgente, ma non sapevo completamente chi fosse. Sono andato a spulciare video e pezzi su Youtube e mi si è aperto un altro mondo ancora che si è andato a unire perfettamente con tutto quello che avevo ascoltato fino a quel momento. Il cerchio si era chiuso.

La musica di Jaar è un flusso di arte elettronica nel vero senso della parola; sfocia in vari generi, li mescola, li sintetizza e te li ripropone come se fossero stati sempre lì, perfetti. Sfumature latine, rock e jazz si amalgamano perfettamente con Jaar. Inoltre, la qualità della sua musica potrebbe benissimo fare da cornice alle altre arti, come il cinema: e infatti ha già composto una colonna sonora, quella del film Dheepan – Una nuova vita, e si è dilettato nel creare le musiche di un lungometraggio sperimentale armeno del 1969 chiamato The Color Of Pomegranates. Insomma, la sua non è “solo musica elettronica”.

E lo stesso vale per altri suoi colleghi illustri. Come David August, enfant prodige tedesco che produce musica con l’ausilio di un’orchestra di musica classica; Nicola Cruz, artista nato in Francia e cresciuto sulle Ande, che rappresenta l’avanguardia ecuadoregna della musica elettronica, elaborando suoni nativi che molto devono ai posti in cui è cresciuto. Parlare di queste persone accostandoli al semplice epiteto di dj è limitante – e scorretto. La loro musica vience chiamata deep house, per certi versi, ma credo fermamente ci sia molto altro dietro.

Stiamo parlando di artisti che vivono il nostro tempo, manipolando egregiamente la materia che ci contraddistingue dal passato: la tecnologia.