Nicolas Jaar, i suoi fratelli e la deep house

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Quando la musica scivola inosservata, quando ti coinvolge naturalmente; quel momento in cui ti rendi conto che non c’è distacco tra i suoni che arrivano e il momento che stai vivendo. C’è fluidità. Lì, in quell’istante, senti la vera musica che entra nel profondo. Quella che molti chiamano deep house.

Nessuno abbia pregiudizi, perché qui si parla di una sensazione, e assolutamente non di un inno a un genere musicale.

Ho sperimentato, nel corso della mia vita, molti stili musicali; ho iniziato dalla musica italiana d’autore – soprattutto Celentano – e sono passato al rock italiano – d’autore, almeno inizialmente – dei Litfiba, che ho amato e ascoltato alla follia. Ho pure visto la loro reunion ad Acireale – esperienza fantastica.

Poi è stata la volta della musica inglese e sono arrivati i Cure, con l’oscurità di Robert Smith e il sound della new wave. Una deviazione dettata soprattutto dalle amicizie e dalla voglia di intraprendere qualcosa di nuovo. E li ascolto ancora – un po’ meno, in realtà.

Successivamente – per fortuna – mi sono ritrovato negli USA, sulla west coast, e lì è scoccata la scintilla: i Doors e Jim Morrison. Da quell’istante ho capito come le arti siano incredibilmente connesse l’una all’altra; ascoltando i testi e la musica dei Doors mi sono tuffato in un mare di cultura eterogenea composta da poesia, rimandi alla letteratura e sonorità uniche e inimitabili. Morrison mi ha aperto un mondo non solo sulla creatività nei testi – scritti con intelligenza e metodo – ma anche sul teatro e sul cinema; la sua opera mi ha fatto scoprire nuove letture e nuove visioni e dopo ho sentito di aver acquisito una nuova consapevolezza.

Però, si sa, siamo figli del nostro tempo; anche se torniamo spesso al passato, non possiamo non approcciarci a quello che viviamo nel presente. E il presente è la musica elettronica – Morrison l’aveva detto. Quando ho ascoltato per la prima volta Nicolas Jaar mi sono detto che quel ragazzo (statunitense di origini cilene, classe ’90) proponeva una musica d’atmosfera, elegante e coinvolgente, ma non sapevo completamente chi fosse. Sono andato a spulciare video e pezzi su Youtube e mi si è aperto un altro mondo ancora che si è andato a unire perfettamente con tutto quello che avevo ascoltato fino a quel momento. Il cerchio si era chiuso.

La musica di Jaar è un flusso di arte elettronica nel vero senso della parola; sfocia in vari generi, li mescola, li sintetizza e te li ripropone come se fossero stati sempre lì, perfetti. Sfumature latine, rock e jazz si amalgamano perfettamente con Jaar. Inoltre, la qualità della sua musica potrebbe benissimo fare da cornice alle altre arti, come il cinema: e infatti ha già composto una colonna sonora, quella del film Dheepan – Una nuova vita, e si è dilettato nel creare le musiche di un lungometraggio sperimentale armeno del 1969 chiamato The Color Of Pomegranates. Insomma, la sua non è “solo musica elettronica”.

E lo stesso vale per altri suoi colleghi illustri. Come David August, enfant prodige tedesco che produce musica con l’ausilio di un’orchestra di musica classica; Nicola Cruz, artista nato in Francia e cresciuto sulle Ande, che rappresenta l’avanguardia ecuadoregna della musica elettronica, elaborando suoni nativi che molto devono ai posti in cui è cresciuto. Parlare di queste persone accostandoli al semplice epiteto di dj è limitante – e scorretto. La loro musica vience chiamata deep house, per certi versi, ma credo fermamente ci sia molto altro dietro.

Stiamo parlando di artisti che vivono il nostro tempo, manipolando egregiamente la materia che ci contraddistingue dal passato: la tecnologia.

 

Gli uccelli, un film sull’inquietudine

Esistono film che riescono a comunicare qualcosa pur non dicendo molto, proponendo in maniera incisiva un significativo silenzio. Sono film che lasciano spazio all’interpretazione dello spettatore, strutture narrative all’apparenza sintetiche, ma talmente profonde da lasciarti col dubbio non appena finite. Succede anche con alcune opere letterarie, che nascondono sempre una chiave di lettura sulla quale riflettere.

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Ecco. Gli uccelli è così. E Hitchcock è un regista che regala molteplici chiavi di lettura. Per realizzarlo il maestro del brivido sceglie degli attori non troppo affermati: come Tippi Hedren, modella che il regista trasformerà in attrice vera e propria accompagnandola da vicino in questa esperienza e facendola protagonista anche del suo successivo film Marnie. 

Il film parte lento e sembra esserlo, ma poi il ritmo cambia cadenzando scene con picchi di tensione a momenti di attesa. Come l’agire degli uccelli, che prima è sporadico ed enigmatico, mentre poi si trasforma in furia intelligente e organizzata alla quale i protagonisti del film rispondono in maniera eterogenea rappresentando pregiudizi e luoghi comuni dell’uomo.

Diverse le tematiche e le interpretazioni. Dal tema dell’abbandono a quello della catastrofe umana – rappresentata perfettamente nell’inquadratura finale del film, come il quadro di un ipotetico Apocalisse – il film fa riflettere e tiene incollati sulla sedia. Lo spettatore ci mette un attimo a passare dal chiedersi perché sta succedendo a convincersi che le cose andranno sempre peggio.

Io vedo inquietudine. Vedo uscire fuori la paura sopita di un evento inaspettato e sorprendente a cui l’uomo non è preparato. L’idea che da un momento all’altro la nostra vita possa essere stravolta e che la condizione umana non è nient’altro che lo specchio di una precarietà ineffabile.

La sequenza che preferisco in assoluto è quella in cui Lydia scopre il cadavere dell’agricoltore: un grido muto esce fuori dai suoi occhi, la colonna sonora è perfetta e fa da contrappunto alle immagini in modo ansiogeno. Gli occhi e la bocca di chi guarda il film sono identici a quelli della donna che scappa sullo schermo.

Il silenzio si diffonde poi a chiazze durante la narrazione, esplodendo in maniera simbolica nella scena finale che conclude il film. La scelta del finale aperto è geniale e ideale nel voler trasmettere la migliore delle caratteristiche dei film e della narrazione in genere: attivare la mente dello spettatore/lettore.

L’ho già visto due volte. Credo ce ne sarà una terza.

Lavoro, progetti, vita… e il blog?

Bisogna leggere e scrivere tanto,

dice l’arte dello scrittore, ma io ultimamente mi sono un po’ perso. Non che io non sappia dove sia, perché lo so perfettamente, ma i binari dei treni in corsa prendono strani percorsi; percorsi che credevi non dover più ripercorrere, ma sui quali ti ritrovi cavalcandoli come in trance psicofisica. Ti senti sprofondato piacevolmente in un mondo a te ignoto, ma la cui nube va sempre più aprendosi e nella quale entri a capofitto. Solo per curiosità.

Ma la scrittura è un’altra cosa.

Chi scrive non attraversa nessuna nube, anzi, sono le proprie nubi di idee ad attraversarlo in modo forte e tagliente. L’unica porta che attraversa è quella verso sé stesso, perché è solo attraverso di sé che la nube viene filtrata e ridotta a pura creatività. Da questo momento il fuoco diventa storie, avventure, personaggi, intrighi, informazioni… cultura. E a questo non c’è prezzo.

Ma la scrittura toglie spazio ad altra scrittura.

I progetti sono come le lucertole; queste possono stare ferme al sole per lungo tempo, per poi scattare all’improvviso. Possono fingere di essere morte e amputare parti del loro corpo. I progetti sono così, non avulsi dalla vita perché essi stessi sono la vita. E la vita è caotica e in evoluzione irregolare. Credo ci sia poco da capire nell’era del multitasking: bisogna essere multiwriting, ma non è così semplice. Ma ci sto provando. E non abbandono il mio blog; non si abbandona la nave. E poi il mare in tempesta piace sempre.

Spero che quello che sto per realizzare – e non sono solo – mi porti in alto a danzare con le stelle,  citando Boston George. E’ iniziato il cammino.

Queste righe, più che un articolo o un post, mi sembrano il frammento di un diario di bordo, di qualcuno che vuol comunicare che va tutto bene, anche se non c’è nessuno a ricevere il messaggio . Un colpo battuto dall’altra parte.

Solo un’occhiata per sapere come state, ma sono sicuro che state bene.

 

Buon compleanno Sapere, scusa il ritardo

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Per chi non lo sapesse,

Wikipedia, l’enciclopedia di Internet e della gente, ha da poco festeggiato il suo quindicesimo anno di vita. Tutto il mondo del web si è riunito in comunità per celebrarla, per esprimerle quello che significa tale traguardo e l’importanza dell’esistenza stessa di Wikipedia.

Per omaggiarla alcuni utenti le hanno scritto post di amore; altri le hanno lanciato messaggi di totale felicità, quella insita nel poter usufruire GRATUITAMENTE della più grande enciclopedia mai esistita.

Io le faccio gli auguri in ritardo, come qualche volta capita con gli amici, ma mai per male. E come con gli amici, goliardicamente offrirei da bere allo staff di Wikipedia e ai suoi autori. Purtroppo non posso.

Quello che posso è scrivere qualcosa anch’io. Qualcosa che sia frutto della mia dipendenza e devozione alla Bibbia del sapere che è l’Enciclopedia Libera.

Libertà, sì.

La libertà di conoscere e partecipare – radice della reale democrazia – è un potere da tutelare solidamente, come una spada da estrarre al momento giusto per difendersi. E sembra chiaro che bisogna difendersi. Perché qualcuno, dandoci tutto, ci vuole ignorante ma contento; mentre qualcun’altro, non dandoci niente, ci vuole isolare, non farci conoscere, rendendoci l’altro. La cultura del web, essendo il web, non ha confini; ed è solo questione di tempo prima che tutto il mondo – la gente di tutto il mondo – riesca a entrare in contatto con chi dall’altra parte del globo non sa ed è solo.

Dirò cos’è per me Wikipedia:

Wikipedia è il sapere. Non c’è altro da dire; mi sembra talmente strano dover dare un volume, uno spazio fisico, a quella che è nient’altro che la conoscenza del mondo. Non ha limiti. Sempre aggiornata da sempre più scrittori, sale come l’ago di mercurio verso statistiche che la vedono tra i primi dieci siti web più visitati di internet (parola di Wikipedia).

Poche parole, ma buone. In fondo, basta dire che c’è quando ne ho bisogno.

Dirò cosa mi fa fare Wikipedia:

Mi fa navigare da un posto all’altro, da un mondo all’altro, ed è una lunga digressione su svariati argomenti molto spesso non correlati; è un avanzare quasi onirico per chi è assetato di conoscere anche solo una cosa in più del mondo, un solido porto per marinai della rete in balia dei propri impegni. Mi fa leggere continuamente, cosa che non guasta mai. E fa leggere molti altri che altrimenti non leggerebbero, ma lo fanno solo perché la mattina cercano una determinata voce o l’argomento della giornata.

Per me Wikipedia è un viaggio quotidiano ai confini del mondo, avventuroso, ignoto.

Tanti auguri ancora, grazie e scusa il ritardo.

 

 

 

Quando l’abito vuol fare il monaco: la copertina

Ciao ragazzi

dopo essermi ripreso a stento dalle feste, riparto con il primo articolo del 2016 (a proposito, auguri a tutti e speriamo in un anno meno sanguinario degli altri).

Inizio l’anno con un argomento, motivo di dibattito, che certamente non scopro io: la copertina e la sua influenza nell’acquisto librario.

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Non so come definire il mio stato d’animo in merito a queste righe. Mi trovo tra due fuochi interessanti: tra l’essere convinto che sia così, perché so che è vero che molto spesso un libro venga giudicato dalla copertina (l’ho fatto molte volte); e l’impaurito che sia così, perché in questo modo si dà meno importanza ai contenuti, che sono la cosa più importante di tutta la struttura materiale e immateriale del libro.

La copertina è il momento più importante che intercorre tra l’acquirente e il libro. E l’acquisto impulsivo, che deriva proprio da una situazione in cui un oggetto riesce ad attirare l’attenzione di un cliente in maniera prorompente, è proprio una delle dinamiche principali degli acquisti in libreria. Gli elementi fondamentali della copertina sono il colore, l’immagine e il titolo.

Sul colore si compiono diversi studi che portano le case editrici a condurre periodicamente indagini su questo argomento; lo stesso vale per le immagini, che vengono analizzate per valutare la percezione e il gradimento dei lettori.

Un caso di strategia di comunicazione forte è quello di Adelphi, che per ogni singolo libro ha scelto una connotazione ben definita, per cui i volumi sono simili tra di loro e rispecchiano un forte senso di appartenenza a una collana e alla casa editrice nel suo complesso. Attraverso dei segni grafici che differenziano le diverse collane come “Biblioteca Adelphi” e la “Piccola biblioteca Adelphi” – la prima contiene illustrazioni, mentre la seconda il semplice marchio – si vuole rafforzare il senso di eleganza della veste grafica, che prevede dei colori a pastello molto tenui. Inoltre le edizioni sono numerate, tecnica volta a spingere e fidelizzare i clienti verso il bisogno di collezionismo. Scusate il tono da disamina, ma ogni tanto ci sta.

La copertina è forse lo strumento di marketing più potente di cui dispone un libro. Lo sanno gli editori, lo sanno gli art director, e inconsciamente lo sanno anche i potenziali acquirenti; la sua importanza è testimoniata dal fatto che molti piccoli editori attuano originali strategie di marketing al contrario, cercando di dare valore ai contenuti, ma confermando ancora una volta la sua effettiva valenza strategica.

Oltre a rivestire un importante ruolo grafico-estetico, la copertina ha rilevanza anche dal punto di vista dei contenuti del libro; non nella sua interezza ma nella parte retrostante, ovvero la quarta di copertina: è la parte in cui l’autore fornisce una piccola anteprima di quello che è il libro; si può descrivere una parte della trama, un dettaglio dei personaggi, qualche volta un assaggio dello stile dell’autore. Essa è molto importante per il marketing mix perché rientra perfettamente nelle caratteristiche del prodotto libro. Sul piano grafico la sua conformazione è determinata da scelte editoriali e cambia se il libro appartiene o meno a una collana o a un determinato progetto editoriale. Su di essa viene spesso riportato il prezzo, e ciò comporta che il cliente giri il libro ritrovandosela davanti agli occhi; inoltre, rientra all’interno del punto vendita perché presenta il libro al lettore, sia fisicamente che online; mettendo in scena il prodotto, costituisce un importante elemento del packaging.

Strettamente correlato alla copertina è il titolo, anch’esso di vitale importanza per la vendita del libro. È fondamentale per molti soggetti del circuito librario: costituisce  l’elemento su cui molti editori si ingegnano dando sfogo alla creatività, ma ha influenza anche per il distributore perché le parole di cui è composto, le sensazioni che ne derivano, vanno a definire il suo posizionamento e la sua capacità di essere venduto.  Si presenta come l’elemento che costituisce l’immagine del libro agli occhi dei lettori, fa parte di quei pochi elementi che influenzano di primo acchito il comportamento d’acquisto. Il processo decisionale inerente al titolo nella casa editrice equivale allo stesso che avviene nelle aziende quando si deve trovare il nome di un nuovo prodotto.

Mentre per lo scrittore il titolo rappresenta la summa di tutti gli sforzi fatti per avvicendarsi al mondo della letteratura, per l’editore è il ponte di contatto tra lo scrittore e il lettore, insieme alla copertina naturalmente. Per questo molto spesso si accendono delle discussioni sulla scelta, soprattutto quando a scontrarsi sono autori famosi ed editori affermati. Quello che più salta all’occhi di questa tematica è il costante contrasto che segna la vita di un’opera letteraria destinata al mercato, quello di pensare un titolo con la sola ambizione del marketing, oppure pensare di dare giustizia all’opera di ingegno altrui mantenendo l’idea originale dell’autore. Di sicuro è che molti titoli pensati per il mercato sfiorano il banale e lo scontato, così come è vero che non tutti i grandi romanzi hanno grandi titoli. Si dovrebbe quindi arrivare a una via di mezzo, che possa consentire all’editore di posizionare il prodotto e contemporaneamente dare ascolto alle necessità di chi ha creato il prodotto; non bisogna creare una promessa non mantenibile, lasciando intuire una storia che non c’è,  sfiduciando il lettore, ma dare sfogo alla creatività per produrre una sospensione che intrighi senza “svendere”.

Che dire… anche l’occhio vuole la sua parte, ma il mio consiglio è sempre quello di sfogliare qualche pagina prima di sfracellarvi su un libro di cui venerete la copertina ma del quale non vi resterà nulla.

In quel caso sarà la vostra libreria ad arricchirsi, non voi. Sapete cosa intendo.

Buon viaggio

Perché recensiamo i libri?

Leggendo diverse recensioni su libri di vario genere, ho capito che forse recensire libri è inutile e contraddittorio.

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Il fatto stesso di dare un feedback oggettivo a qualcosa che per sua natura è prettamente soggettivo non mi convince più. Anche se stiamo a discutere che Guerra e pace è un capolavoro indiscusso, una pietra miliare nella letteratura di tutti i tempi, da un momento all’altro può arrivare qualcuno e dire che è troppo lungo – come dargli torto? – e quindi estenuante. Io posso venerare libri come Cuore di tenebra o Il processo e sentirmi dire che sono noiosi o senza senso. E io non potrei assolutamente biasimarlo.

Se questo vale per i libri che mi piacciono, lo stesso è per quelli che non mi piacciono. Credo che il libro che mi abbia lasciato dentro meno di tutti gli altri sia Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Robert Pirsig; l’unica cosa che ho apprezzato è il coraggio dell’autore. Per questo l’ho commentato positivamente in passato, ma ho fatto una fatica assurda a finirlo. Molti mi daranno del blasfemo per questo, hanno ragione anche loro.

E lo stesso vale per tutti i libri che non leggerò. Dan Brown è un autore di bestseller che non ho mai letto, mentre quasi tutte le persone (lettori) che conosco ne hanno letto qualcosa. Chi più chi meno lo ha giudicato positivamente. Io non voglio leggerlo perché non voglio. Questione di “pelle”, di istinto, e non perché voglio fare l’anticonformista – penso che l’anticonformista attuale sia solo un sottoprodotto del sistema, che spara a zero su un mercato per alimentarne un altro. Un po’ come gli “unconventional” hipster. Adesso ce n’è un esercito in giro, mentre prima solo 2-3. Sarà che gli altri si sono conformati?

Essere oggettivi nei confronti di un libro è inconsapevolmente embrione di propaganda commerciale; non lo facciamo apposta, ma lo stiamo sponsorizzando; cerchiamo di venderlo, ma io non me ne faccio una colpa. Sono già colpevole di molte cose a questo mondo: non ho messo la bandiera francese nel mio profilo facebook per gli attentati, non ho messo quella della Siria per i bombardamenti, né quella del gay pride con tutti i colori dell’arcobaleno. Non ho scritto citazioni profettizzanti, non critico Renzi, non critico Salvini ecc. ecc.

Ah, ho dimenticato la colpa più grande: non critico chi fa critica su chi dà giudizi e posta selfie.

Ognuno di noi nella propria testa ha ragione. Quindi recensire libri è utile.

Ode a Mad Men

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A pochi mesi dal termine dell’ultima stagione, Mad Men rimane una serie tv che difficilmente si dimentica. Lo show americano, che narra le vicende degli uomini dell’agenzia pubblicitaria Sterling Cooper, è stato lodato da pubblico e critica ed è una perla indiscussa del panorama televisivo internazionale degli ultimi 10 anni. E forse è limitativo, tuttavia, annoverarla tra i meri prodotti dello star system del tubo catodico. Acclamata per l’accuratezza dei dettagli e per la scrittura tagliente e talentuosa capace di riportare all’attualità gli usi e i costumi dell’America degli anni Sessanta, uno dei motivi della sua grandezza è il suo protagonista: Don Draper.

Don Draper: nelle profondità dell’animo umano

La cosa più importante e decisiva di una serie televisiva –  a mio modo di vedere – sono i protagonisti. La trama è un messaggio vuoto se non c’è qualcuno a veicolarlo in maniera adatta. Tutti i personaggi che ruotano attorno all’agenzia pubblicitaria si snodano perfettamente con la realtà degli anni Sessanta, incauti di star vivendo uno dei decenni più importanti della storia umana. Tutti, tranne Don Draper.

Don Draper è il direttore creativo dell’agenzia. Affascinante, talentuoso, carismatico; guarda impassibile il tempo scorrere, commentando il tutto come se il tutto fosse stato scritto da lui. Nel corso della serie attraverso i suoi occhi vediamo passare eventi cruciali dell storia americana e non solo. Ma l’intreccio del personaggio parte da un passato che non dimenticherà mai e da un futuro a cui non vuole guardare. Questo è il pilone principale attorno al quale ruotano momenti eccellenti di advertising pubblicitario e dialoghi puntuali e perfetti. Tutto avviene con un tempismo perfetto in Mad Men e Don Draper è l’ago della bilancia. Un personaggio da cui è difficile staccarsi, perché rispecchia i lati negativi e positivi dell’animo umano; la creatività e la reattività dell’uomo, contornate dalle relazioni sociali, la famiglia, il lavoro, l’amore. Ma soprattutto la solitudine. Quella che porta a scelte inevitabili, le quali percorrono vie esterne alle convenzioni sociali. L’uomo contemporaneo che assume consapevolezza e si accorge di non trovarsi mai nel posto giusto. Più volte sentendo le sue parole mi sono trovato a sorridere amaramente.

Melting pot culturale

Per analizzare Mad Men, utilizzare l’espressione melting pot è fondamentale e, in questo caso, calza a pennello con quello che effettivamente riproduce lo show. Melting pot è il complesso di elementi differenti ed eterogenei che contraddistingue una società; Melting pot è quindi New York, con la sua commistione di generi, culture, usi e tendenze che negli episodi viene rivista sotto la lente degli anni Sessanta e la rivoluzione culturale in atto in quell’epoca.

Non siamo sulla west coast, dove il fervore della ribellione aveva come protagonisti gli hippie e le leggende della musica e del cinema; siamo a New York, capitale degli affari, dei vizi e delle virtù della pubblicità. Siamo ai piani alti di un grattacielo di Madison Avenue, il nucleo vitale del mondo della pubblicità. Ed è qui che le contraddizioni, le vite e i comportamenti diventano il sostrato della pubblicità: racchiude sociologia, psicologia, storia, cultura generale, letteratura e simbolismi di un’epoca che è la stessa di ora – con alcune sfumature – perché Mad Men è tutt’altro che una serie non attuale.

Aldilà delle considerazioni puramente soggettive, se si guarda dentro il pentolone di questa magnifica serie televisiva ci si rispecchia e si riesce a ricavarne un apprendimento culturale che difficilmente potrà essere riproposto da un’altro prodotto televisivo seriale. La visione è altamente consigliata.

Morire tra i banchi: un problema italiano

A Palermo, qualche giorno fa, un ragazzo è morto dopo essere caduto dal settimo piano dell’edificio di lettere, dentro la cittadella universitaria. Lo studente frequentava il corso di mediazione linguistica, ma è un mistero cosa sia successo e perché. Nessun biglietto d’addio, nessun messaggio. Inizialmente si è pensato a un incidente, ma via via l’ipotesi del suicidio ha preso piede andando a rivangare ricordi passati che ci riportano a 5 anni fa.

Il 13 settembre 2010, Norman Zarcone, dottorando di lettere, si suicidava gettandosi nel vuoto dal settimo piano della facoltà di lettere. Con questo suo gesto estremo è diventato il simbolo di una generazione di giovani, studenti e precari, che non vedono il futuro e soffrono il presente. Depressi, stanchi; poco motivati da un sistema d’istruzione che forse non riesce a stimolare nel giusto modo. Oppure semplicemente troppo fragili, ma coraggiosi abbastanza da tentare la scelta ultima.

Il padre di Norman Zarcone vede nel suicidio del figlio un vero e proprio omicidio di Stato; un’accusa verso il governo italiano, incapace di far sentire importanti i propri giovani e renderli parte integrante. Questi più che precari del lavoro, si sentono pezzi inutili di un sistema che non mostra interesse. Ed è da qui che parte la fuga dei cervelli, dei ricercatori, delle menti illustri. E non si dica che riguarda solo la Sicilia; riguarda l’Italia tutta.

Padova, Roma, Modena. Queste alcune delle città in cui si sono consumate le vite di altri studenti. Esami non superati, drammi personali, mal di vivere. Tante possibilità, nessuna certezza; l’unica ci è data da una statistica preoccupante che vede i giovani italiani in crisi. Ma non è solo l’università a testimoniarlo.

Anche la scuola secondaria nasconde un malessere tale da portare a gesti estremi: lo stesso giorno del suicidio di Palermo, il 20 novembre 2015,  in una scuola superiore di Vittoria, in provincia di Ragusa, un ragazzo di 19 anni si è tolto la vita lanciandosi dal secondo piano dell’istituto. Anche in questo caso, non si conosce il motivo. I genitori si chiederanno per sempre il perché.

Credo che spetti agli insegnanti fornire la giusta via; ce ne sono molti in gamba e capaci di stimolare il talento e la volontà delle giovani menti. Io ne ho conosciuti moltissimi, sia a scuola che all’università. E ho visto molti professori e professoresse aiutare persone fragili, riuscendo a farle uscire da difficili situazioni.

Confido nei docenti. Loro sono l’ultima speranza di un mondo accademico e scolastico che lo Stato vuole indebolire inserendo al suo interno burocrati vestiti da amministratori. I professori sono l’occhio che forma e devono sapere individuare tra la massa chi ha più bisogno. Devono riuscirci per evitare che altri ripetano quello che si è già ripetuto.

 

 

Bagheria: parole in libertà – libertà di parola

La mafia è un fenomeno sociale e come tutti i fenomeni sociali ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi una fine

Giovanni Falcone

Ciao ragazzi

voglio spendere poche parole, perché poche sono più che necessarie.

Le parole di Giovanni Falcone oggi suonano meno di utopia e più di certezza: a Bagheria qualcuno ha deciso di dire NO; qualcuno – molti a dir la verità – ha deciso di riprendere in mano la propria vita con coraggio. Di ribellarsi.

I pochi soggiogavano i molti con frasi non dette, mezze parole, silenzi, male occhiate, ricatti. Ma i molti sono pur sempre molti, il popolo. E qual è la migliore spada del popolo se non la parola?

La parola può tagliare, ammazzare e terminare qualcosa allo stesso modo del piombo. L’unica differenza tra le due cose è che il piombo non lascia memoria, mentre la parola sì. Lascia retaggi, moniti, consigli, insegnamenti.

I 36 uomini che hanno deciso di utilizzare la libertà di parola sono esempio di come la mafia sia qualcosa che ha un tempo finito. Qualcosa che ha impedito alla Sicilia di essere la terra più bella del mondo – già lo è in realtà – ma che la Sicilia espellerà con la cultura e l’informazione delle nuove generazioni.

Su una cosa sono sicuro: la mafia è un prodotto della società, non dell’uomo. E la denuncia di questi uomini ne è la conferma.

Un abbraccio a questi uomini; adesso non vengano lasciati soli.

Il booktrailer: la pubblicità necessaria

Un trailer cinematografico per i libri

Un trailer cinematografico per i libri

Ciao ragazzi

qualche post fa avevo parlato di temi relativi al marketing editoriale, riguardanti soprattutto i libri e la loro vendita, per mettere in chiaro come la promozione di prodotti culturali sia debole in Italia.

Per riallacciarmi a quel discorso, adesso vorrei dialogare su una delle tecniche pubblicitarie – a mio modo di vedere – più virtuose del momento: il booktrailer.

Il booktrailer è un’opera visiva a cavallo tra un trailer cinematografico e uno spot pubblicitario, che ha come scopo quello di fornire un assaggio importante su un libro in uscita. Si tratta di un’anticipazione, di un sunto di quello che i lettori troveranno nello sfogliare le pagine, dopo l’acquisto.

Essendo un’opera ibrida, naturalmente racchiude in sé le caratteristiche di entrambi i mezzi di comunicazione dalla quale nasce: c’è il pathos delle scene, che rappresentano brani e momenti decisivi del racconto, dietro al quale ogni trailer cerca di attrarre nelle sale tutti gli amanti del cinema – e adesso di attrarre in libreria; c’è la voglia di mostrare le qualità di un prodotto – sì letterario, ma pur sempre un prodotto – che, oltre a essere contenuto immateriale, è qualcosa di tangibile: da qui, come in ogni video pubblicitario che si rispetti, la presenza finale del libro, della copertina che ne mette in risalto il titolo – il packshot, ovvero la messa in mostra del prodotto, che è solo la punta dell’iceberg della strategia di avvicinamento.

Con le prossime righe non voglio essere ridondante, ma quello che deve essere detto è necessario che sia effettivamente detto.

Non si tratta di profanare l’aura mistico-artistica che alcuni critici letterari vogliono per forza attribuire al libro – mi interessa poco o nulla dare fiato a bocche che si autocompiacciono. Si tratta di portare la letteratura dentro le case, sui comodini, sui treni, negli uffici, nei parchi. E per farlo bisogna far riferimento a tutti i mezzi che la comunicazione moderna ci mette a disposizione: il booktrailer è uno di questi, e ben venga chi lo utilizzerà per diffondere la lettura.

Se in futuro esisteranno ancora detrattori di questa forma di promozione, vorrà dire che saranno malati tanto quanto il sistema che ci vuole bombardare con tv e reality show; in fondo, essere un critico letterario non ti esclude dall’essere un corrotto.

La gente non legge, e non voglio essere come quelli che dicono che, forse, la lettura non è per tutti. Non sono d’accordo. Tutto è per tutti.

Buon viaggio